Aiutiamoli a casa loro!

È uno degli slogan più diffusi tra chi mal sopporta la presenza dell’immigrazione e dei richiedenti asilo, la versione politicamente corretta dell’altrettanto famoso “Fora dai ball!” Sembra esprimere solidarietà e compassione, ma il messaggio è ben diverso: gli africani, così come gli altri migranti, restino nelle proprie terre, e se proprio non c’è altro modo per fermarli usiamo qualche briciola del nostro benessere per migliorare un po’ le loro condizioni di vita in patria.

Potremo disquisire a lungo su come il fenomeno migratorio venga affrontato in Italia.

È molto più facile ed economico suscitare paure che garantire sicurezza, ma cosa accadrebbe nelle aziende, nei campi o nelle famiglie con anziani invalidi se all’improvviso trovassimo veramente il modo di liberarci di questa presenza? Nel mese di aprile l’AVI è stata tra i promotori dell’arrivo a Treviso della portavoce dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati Laura Boldrini, che incontrando oltre 500 studenti delle superiori non ha usato mezze misure per denunciare l’immagine indecente che l’Italia ha dato di sé con i primi sbarchi del 2011 a Lampedusa, dove caos, assembramenti e condizioni igieniche indegne di un paese civile sono stati creati ad arte per poter agitare, tra gli elettori e presso l’Unione Europea, lo spettro di un’emergenza biblica in realtà inesistente.

Quando si parla di “aiutarli a casa loro” ci sentiamo tirati in ballo, perché questo è il nostro campo di azione, ed è qui che i conti non tornano.

Negli ultimi mesi sono stati spesi milioni di euro per bombardare la Libia, ma non si trovano le risorse per assistere i profughi che quelle stesse bombe, in aggiunta alla follia sanguinaria di Gheddafi, hanno contribuito a provocare.

Nel mese di aprile 2011 l’Ocse ha diffuso i dati sull’entità degli aiuti alla cooperazione dei paesi europei per il 2010 e, come hanno subito denunciato le maggiori ONG, l’Italia è la maglia nera del continente.

L’aiuto italiano è infatti sceso dallo 0,16% allo 0,15% del PIL, con una contrazione in termini reali rispetto al 2009 del 1,5% e soprattutto del 35% rispetto al 2008! In questo modo, dicono le Ong, il nostro paese sta provocando l’allontanamento di tutta l’Unione Europea dagli obiettivi continentali.

Rispetto a quanto l’Italia si era impegnata a fare a livello europeo nel 2005 mancano attualmente all’appello 5,4 miliardi di euro, e ciò significa che siamo responsabili per il 43% sia del mancato raggiungimento dell’obiettivo comune europeo sia degli obiettivi del G8 assunti a Gleneagles nel 2005.

Nel settembre 2000 tutti i 191 paesi che siedono nell’Assemblea Generale dell’Onu hanno approvato gli otto “Obiettivi del MiIlennio” impegnandosi a raggiungere, entro il 2015, sensibili riduzioni di povertà, fame e mortalità infantile ed a migliorare i livelli di assistenza sanitaria, istruzione, sostenibilità ambientale e parità tra i sessi.

Mancano solo quattro anni alla scadenza e, per mancanza di fondi, nessuno di questi “goals” verrà realisticamente raggiunto.

In Italia al taglio dei fondi statali si accompagna l’assoluta carenza di risorse dei comuni, che fino a qualche anno fa riuscivano ad erogare qualche aiuto ad associazioni come la nostra, ed ai quali oggi non abbiamo nemmeno il coraggio di presentare una richiesta.

Idem per la Regione: sono ormai tre anni che i progetti AVI vengono dichiarati ammissibili ma non finanziati per mancanza di sufficienti risorse e, arrivati ormai alla metà dell’anno solare, i bandi 2011 non sono ancora stati pubblicati.

Resterebbero il cinque per mille e l’otto per mille, ad oggi unici veri esperimenti di federalismo fiscale che dovrebbero consentire ai contribuenti di orientare una piccolissima parte del gettito a favore di progetti specifici o settori di intervento.

Al cinque per mille da tempo è stato imposto un “tetto” massimo, cosicché sarebbe più onesto parlare di uno o due per mille.

L’otto per mille invece, per la parte non devoluta alle chiese che hanno stipulato accordi con lo stato, e destinato tra l’altro a finanziare interventi contro la fame nel mondo, viene annualmente saccheggiato per tappare i più disparati buchi di bilancio.

Il mondo della cooperazione, compresa la nostra associazione che per fortuna ha consolidato nel tempo un patrimonio di grande credibilità, è così costretto a ripensare alle proprie strategie, a far sempre più affidamento sulle donazioni private e sulle iniziative di fund raising e, in buona sostanza, a ridurre i propri interventi.

Calando gli aiuti aumentano i barconi, e il circolo vizioso non si ferma.